| La Parrocchia San Nicola in Pancalieri |
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Ricorda il suo Pastore Can. Giuseppe PERARDI |
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LETTERA DEL PIEVANO Carissimi parrocchiani, quando circa due anni fa l’avv. Franco Manassero mi ha proposto di trasportare tra noi le spoglie mortali del Can. Giuseppe PERARDI ho accettato l’iniziativa subito con entusiasmo per tanti motivi. Innanzitutto mi sono reso conto in questi anni di permanenza tra voi che il ricordo del Can. Perardi è ancora molto vivo e caro tra i moltissimi che hanno avuto la possibilità di conoscerlo e di godere del suo servizio sacerdotale a Pancalieri. E’ certamente bene e bello tenere vivo il ricordo riconoscente delle persone che hanno segnato il nostro cammino umano e di fede. E voglio sperare che l’avvenimento, che stiamo per vivere, sia l’occasione di riscoprire l’importanza del ministero sacerdotale nella Chiesa. Certo i tempi sono molto cambiati in questi ultimi decenni ed anche la comunità cristiana risente di tanti cambiamenti sociali, politici e di costume. Anche la presenza e l’attività del Parroco in mezzo ai parrocchiani risente dei cambiamenti avvenuti ed ancora in atto. A questo proposito potrete leggere alcune riflessioni del Parroco di Santa Rita in Torino, che ritengo un buon contributo per ricordare il Can. Perardi e nello stesso tempo per rinverdire il nostro senso di appartenenza alla Chiesa nel duemila e la bellezza di essere e vivere da cristiani. Anche i giovani, che non hanno conosciuto il Can. Perardi, potranno scoprire che si può essere cristiani anche nella nostra società moderna, trovando in Gesù Cristo e nei suoi insegnamenti la luce e la forza per vivere in pienezza e non lasciarsi vivere, superando quella diffusa sensazione di disorientamento e di non senso della vita. Le foto, che riproduciamo tra le moltissime ci ricordano alcuni momenti della storia della nostra comunità. Ci scusiamo per non aver potuto pubblicarne di più per ovvi motivi, ma riteniamo che già quelle stampate possano rievocare in tante persone bellissimi ed emozionanti ricordi, che sono l’occasione di sentirci partecipi della storia della nostra Parrocchia. Come sapete, il Can. Perardi è stato parroco di Pancalieri dal 20 febbraio 1938 succedendo a Don Cravero, fino al 1954, quando l’Arcivescovo di Torino lo ha trasferito parroco alla parrocchia di Santa Barbara in Torino, dove è rimasto fino a quando il Signore lo ha chiamato a ricevere il premio del suo fecondo ministero il 30 dicembre 1969. Io personalmente ho conosciuto il Can. Perardi durante i miei primi anni di seminario, anche se i miei ricordi sono molto scarsi e si riducono ad alcuni incontri, quando venivo a Pancalieri a far visita ai miei amici di seminario. Certo allora non immaginavo che un giorno sarei diventato suo successore nella missione di Parroco. Aggiungo un augurio a tutti noi. Questi ricordi ci aiutino a riscoprire la nostra fede cristiana e ci spingano a testimoniarla a chi forse l’ha dimenticata e così faremo la nostra parte per realizzare la “Missione” a cui ci chiama il nostro Battesimo e il nostro Arcivescovo, che ha impegnato tutta la comunità diocesana in un atteggiamento missionario verso i giovani, gli adulti, gli anziani ed i ragazzi. Don Giovanni Vignola |
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LETTERA DEL SINDACO
Cari concittadini, come già vi è noto, al primo di novembre prossimo venturo il canonico Perardi ritornerà tra noi, nel nostro paese, e vedrà così esaudito un suo desiderio, riportato in questa pubblicazione commemorativa: riposare in quella tomba dei preti da lui fortemente desiderata e sognata, ma che non aveva potuto realizzare per altri impegni finanziari legati ad opere più urgenti ed importanti. Nell’ultimo numero del suo bollettino parrocchiale egli scrive: “La mia tomba nel grande cimitero di Torino (com’è probabile) non dirà poi più niente a nessuno; poche persone conosceranno il mio nome...”. Fu effettivamente seppellito a Torino, e lì, salvo i suoi stretti parenti, penso che la sua tomba, a parte un comune sentimento di pietosa curiosità, dicesse poco o niente a nessuno. Con il ritorno alla sua Pancalieri, dunque, il desiderio di don Perardi, tramite il grato e riconoscente operato di chi non l’ha mai dimenticato (che io ringrazio a nome dei parrocchiani e mio), l’avv. Manassero Franco, ha potuto realizzarsi. Ed io, in qualità di rappresentante pro tempore della nostra comunità ed a nome di tutti Voi concittadini, sono chiamato a dare a questo nostro ex Pievano l’affettuoso e riconoscente benvenuto. Voler presentare don Perardi “vivo” significa non solo far un’indagine conoscitiva di quanto da lui fatto, ma anche svolgere innanzitutto un lavoro di ricerca sui suoi sentimenti, sulla sua psicologia e qui confesso di trovarmi in difficoltà. Data la mia età anagrafica, non ho avuto la possibilità di conoscere il can. Perardi in modo esauriente e pochi ricordi ho potuto memorizzare; ma moltissimo ne ho sentito parlare in famiglia e da conoscenti ed amici, per cui penso egualmente di riuscire ad esprimere sentimenti adeguati e tratteggiare con sufficiente chiarezza la figura di questo sacerdote. Facendo riferimento al Vangelo, ritengo che la figura del nostro Pievano si possa esprimere facendo ricorso a due delle più famose parabole: quella del seminatore e quella del buon pastore. Quale testimoniò maggiormente? Ritengo entrambe ed allo stesso massimo grado. Fu senza dubbio un buon pastore, nel significato evangelico più pieno del termine. Svolgeva questa missione innanzitutto cercando di comunicare, anche se, arrivando pieno di speranza e ardore apostolico nel nostro paese, si trovò, almeno all’inizio porte chiuse o poco aperte; comunicare il suo grande ideale umano e sacerdotale, la forza del suo carattere, la dolcezza della sua pietà, la sicurezza della sua fede. Per comunicare bisogna possedere. Senza nessuna posa, con tutta semplicità e insieme con chiarezza, egli si sforzava di essere il modello, presentando integrità di vita, armonia di azioni, splendore di condotta. Fu, infatti, un testimone di fede. “Il buon pastore deve dare l’esempio alle sue pecore”. Ed egli lo chiede. La teoria che un sacerdote debba essere solo in chiesa e che, fuori di essa, possa vivere come un onesto borghese, non era fatta per lui. Ho saputo che teneva molto alla sua qualifica di teologo; ma non per vanagloria. Perché questo riconoscimento stava a significare un suo particolare applicarsi alle tematiche di quella causa alla quale aveva votato la propria vita. I suoi bollettini parrocchiali, le sue prediche, i suoi consigli, mai urlati, ma sempre forniti con chiare parole: tutto serviva per rinsaldare le convinzioni e la fedeltà ai principi della religione dei fedeli affidati alle sue cure. E molti si ricordano che era frequentemente reperibile in chiesa a pregare, vicino al secondo pilastro della navata di sinistra (entrando dal portone) della chiesa. Addirittura aveva suggerito di collocare un’epigrafe sulla sua tomba che, oltre ai dati personali, contenesse un’esortazione “Parrocchiani, osservate il terzo comandamento: Ricordati di santificare le feste ...”. Ed ancora, l’ansia dell’apostolo si rileva nel saluto di commiato dal nostro paese, parlando del bollettino parrocchiale “... che quasi ogni mese - sono parole del can. Perardi - in questi sedici anni ha portato nelle vostre famiglie l’ansia dell’anima mia per la santificazione delle vostre anime ...”. Fu un grande seminatore. San Francesco raccomandava nella sua Regola, ai confratelli: i frati dovranno predicare con le loro opere. E di opere materiali il teologo Perardi ne ha lasciate tante. Anche qui non mi dilungo perché in altre parti di questa pubblicazione, vengono dettagliatamente descritte. Ma pongo l’accento, benché anch’essi ben evidenziati, sui sacrifici che dovette affrontare per portarle a termine. Ho sentito raccontare l’episodio di cene costituite da un piatto di ministra e di un uovo sodo diviso in due tra lui e il vice curato, per poter risparmiare! Il buon pastore dà la vita per le sue pecore. Nel tragico giorno in cui Pancalieri rischiò di esser bruciato dai nazifascisti, egli offrì la propria persona (unitamente all’avv. Clara) a garanzia e salvaguardia di quella dei suoi parrocchiani. E poi, le chiese, anche le più sperdute tra i campi, tenute sempre in ordine ed efficienza, perché il culto esterno vuole la sua parte. Quanto abbia seminato nelle coscienze dei parrocchiani, quante siano le sue opere spirituali, non è purtroppo dimostrabile. E’ opinione personale che, nella sua intelligenza, egli si fosse reso conto, che con la sua venuta a Pancalieri, era capitato in un paese a primo acchito modesto e tranquillo, ne carne ne pesce, ma in realtà con una storia di pastori religiosi alle spalle davvero straordinaria, che nessun paese dei dintorni (e non solo) poteva vantare: Don Canavera, i due fratelli Boccardo, Madre Gaetana, Don Cravero. Certamente ne ha sentito l’importanza, e possedendo i mezzi intellettuali e di spirito, si è adeguato a tale realtà. I risultati sono stati sotto gli occhi di tutti. Ecco perché, dopo quasi cinquant’anni di assenza dal nostro paese, dopo oltre trent’anni dalla sua morte, la popolazione di Pancalieri, sottoscritto compreso, lo accoglierà con sentimenti di amore e riconoscenza. Perché per il can. Perardi penso si possa esprimere la sentenza di Padre Lippert, che tutti sottoscriveremmo pensando a lui: “Quale tesoro di bene hanno sempre trovato gli uomini, che si sono imbattuti in un sacerdote diritto, totalmente fedele, intelligente ...”! Il Sindaco A. Dematteis |
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IL CANONICO PERARDI PIEVANO DI PANCALIERI (1938-1954)
Il 20 febbraio 1938 il nuovo Pievano Teol. Giuseppe Perardi faceva l’ingresso nella Parrocchia di San Nicolao in Pancalieri. Veniva dal Duomo di Torino, dove aveva esercitato egregiamente l’ufficio di Viceparroco sotto la guida di Mons. Giuseppe Garneri, Parroco del Duomo. La vita in un paese agricolo è tanto diversa da quella di città: Don Perardi, che allora aveva 36 anni, dall’educazione fine, dal carattere un po' timido, non ebbe vita facile nel primo periodo di acclimatazione. Il nuovo Pievano era nato a Busano, paese agricolo, è vero, ma il seminario, che egli aveva affrontato con impegno tenace, e poi la vicecura a Volpiano e a Torino, gli avevano conferito un tono signorile ed umano insieme. Come ogni buon apostolo di Cristo trovò spine e contraddizioni, ben compensate però da larga corrispondenza alle sue cure pastorali. Il risultato della sua opera furono i numerosi giovani pancalieresi entrati in seminario: alcuni riuscirono a raggiungere l’ambito traguardo del sacerdozio. Più numerose e perseveranti le signorine entrate in religione. Ogni buon risultato affonda le sue radici nel sacrificio. Il Teol. Perardi potrà dire, salutando per l’ultima volta i Pancalieresi: “Vi ho amati tutti, molto, sempre”. Effettivamente ogni sua preoccupazione fu costantemente rivolta al bene di Pancalieri e dei Pancalieresi. Cedette fabbricato e cortile della cascina del beneficio per dare al paese una piazza; costruì un Oratorio efficiente e moderno, sacrificando il giardino della canonica; realizzò un campo sportivo nei prati del beneficio parrocchiale: tutto veniva da lui studiato e messo in opera a vantaggio dei parrocchiani, senza badare a rinunce e sacrifici. Merita un accenno particolare l’opera che lo ricorderà per sempre ai Pancalieresi, il già accennato Oratorio. Ecco le sue parole: “Oratorio Sacro Cuore: che passione! Iddio sa quanti sacrifici ho compiuto per te! Possa tu servire per dare un po' di gloria a Dio!”. Queste parole sono state scritte da lui sotto la fotografia della sua opera oratoriana e denotano tutto il tormento provato in quegli anni, quando i lavori procedevano lentamente e mancavano i mezzi per pagare gli operai. Dopo certe notti bianche andava in cerca dei pochi volenterosi rimasti perseveranti nell’aiutarlo e confidava loro: “ Devo pagare una nota, combinate qualche cosa, una lotteria, una recita, c’è urgenza! “. Ci fu un momento difficile e una brava religiosa andò dall’Arcivescovo a sollecitare una lettera autografa di incoraggiamento per il Parroco e i Parrocchiani. I giovani e gli anziani moltiplicarono le recite, la Signorina Margherita Pagnone e sua cognata Giovanna donarono alla Chiesa cinque giornate di terreno, altri ripresero coraggio e l’opera fu portata a termine. “ Il 6 dicembre 1950, con la benedizione del Vescovo Ausiliare, la vita dell’Oratorio incomincia ufficialmente il suo cammino a vantaggio dei nostri figlioli prediletti, i fanciulli”. Così scrisse il Teol. Perardi sotto la fotografia di Mons. Bottino nell’atto di benedire il nuovo oratorio. “Sono venuto tra voi povero e me ne parto più povero ancora: l’interesse non fu mai la norma del mio operare” (dal suo saluto). Oggi si parla tanto della Chiesa dei poveri, ma quelli che ne parlano conoscono veramente la condizione reale della stragrande maggioranza dei sacerdoti e dei parroci? Il decoro non è necessariamente segno di ricchezza, ma è sempre segno di tante virtù. Nel Teol.Perardi la finezza del tratto ed il decoro sembravano innati, tanto gli erano connaturali, ma la povertà e il distacco dalle cose della terra furono virtù.Durante la guerra riempì l’oratorio e la stessa canonica di sfollati e venne generosamente, e sprezzante del pericolo, in aiuto a quanti ebbero bisogno di lui. Infine i Pancalieresi non possono dimenticare la sua devozione alla Madonna. Proprio durante la guerra rinnovò il Santuario dell’Eremita, arricchendolo con i quindici piloni dedicati ai misteri del S.Rosario, e quando lasciò Pancalieri era in corso una sentita “Peregrinatio Mariae” familiare. Durante la Messa di sepoltura, Mons Bottino ebbe a dire: “ E’ stato Parroco a Pancalieri dove ancora è ricordato con stima e riconoscenza da quella brava popolazione”. Certo, i Pancalieresi hanno smentito il detto: “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, aumentando il loro affetto riconoscente dopo la sua partenza da Pancalieri. Il giorno della sepoltura il grosso automezzo che portava a Santa Barbara i Pancalieresi desiderosi di dargli l’ultimo saluto ha dovuto partire prima dell’ora fissata perché era già completo: molti dovettero rinunciare alla mesta consolazione di avvicinarne le spoglie mortali. A Pancalieri, la Messa di settima vide la Chiesa parrocchiale gremita come rarissime volte. Il Can. Perardi a Pancalieri ha lasciato le opere che parlano e parleranno a lungo di Lui.
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Il 20 febbraio 1938 il nuovo Pievano Teol. Giuseppe Perardi faceva l’ingresso nella Parrocchia di San Nicolao in Pancalieri. |
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Foto donne dell’Azione Cattolica |
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DALLA CHIESA DI SAN NICOLAO A QUELLA DI SANTA BARBARA Tratto dai suoi scritti su “Echi di vita parrocchiale di Pancalieri, maggio 1954”
CARISSIMI PARROCCHIANI
in data 25 febbraio Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo mi ha scritto la seguente lettera:
“Molto Rev. e carissimo Pievano, è pronto ad un distacco? Che vuole? Questi poveri Vescovi sono costretti talvolta a domandare delle rinunce. Del resto Nostro Signore non ha detto ai suoi: “State et docete” ma “Euntes docete”. E’ vacante la Parrocchia di Santa Barbara in città.... ho pensato a Lei, e spero non mi vorrà dire di no... La benedico e il Signore la illumini. |
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Qualche cosa ho fatto per renderla ancora più bella la già tanto bella Chiesa di San Nicolao. La porto stampata nel cuore e vi ritornerò ogni giorno colla mente e con il cuore |
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20 febbraio 1938: il mio primo incontro con voi fu tanto affettuoso e rimarrà incancellabile nei miei ricordi |
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Il 3 marzo finite le Sante quarant’ore, ho fatto pervenire a Sua Eminenza la mia risposta affermativa. Il giorno dopo fui nominato curato di Santa Barbara; il 7 aprile ho preso l’istituzione canonica e la notizia divenne ufficiale; il 13 giugno prenderò possesso del nuovo ufficio. A coloro che mi chiedono perché ho tenuto nascosta la notizia tanto a lungo rispondo che mi dispiacque molto che sia stata propagata tanto presto. Per conto mio avrei atteso fino ad una settimana prima di partire per impedire la formazione di Comitati, di sottoscrizioni, di accademie, ecc.
DOPO 16 ANNI
Sono venuto a Pancalieri il 20 febbraio 1938 ancora giovane ed animato dalla volontà di spendere tutta la mia esistenza per il bene delle vostre anime. Se la notizia del mio trasferimento ha prodotto sorpresa in molti, la più grande sorpresa l’ha procurata a me. Per parte mia non l’avrei chiesta una simile cosa; ma dopo un momentaneo smarrimento, dopo avere pregato e meditato sulla decisione da prendere, avendovi scorto una chiara manifestazione della Divina provvidenza, senza dare troppo peso alle difficoltà che prevedevo ho detto un “generoso sì “ al mio Vescovo convinto che diversamente non avrei più avuto pace in cuore, e che a Pancalieri non avrei più fatto nulla di bene. Congedandomi da voi, sento il bisogno di farvi queste tre dichiarazioni: 1) Vi ho amati tutti, molto, sempre; 2) Riconosco di avere commessi molti errori, e qualche volta di avere offeso qualcuno, pur senza averne avuta intenzione; me ne dolgo; 3) Sono venuto tra voi povero, e me ne parto più povero ancora; l’interesse non fu mai la norma del mio operare.
UNA LETTERA GRADITA
Appena la notizia del mio trasferimento fu ufficiale ho creduto mio dovere comunicarla al Signor Sindaco, il quale mi ha risposto con la seguente gradita lettera:
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LA MIA ULTIMA ESORTAZIONE
Questo ultimo numero del bollettino ha tutta l’aria di un testamento; difatti partire è un po' morire. Ed allora poiché il testamento è una cosa seria, una cosa sacra, badate bene a quello che sto per dirvi, all’ultima esortazione che sto per farvi. Sapete come durante quest’anno era mia intenzione costruire la tomba dei Sacerdoti; mi dispiace non averne più avuto il tempo. La farà, lo spero, il mio successore. Ebbene avevo anche già pensata l’epigrafe che mi sarei scritta sulla pietra tombaria: questa - Sac. Giuseppe Perardi Pievano dal 20 febbraio 1938 al . . . . ; e poi queste parole: Parrocchiani osservate il Terzo Comandamento “Ricordati di santificare le feste”. Secondo i miei piani ogni sepoltura avrebbe poi dovuto sostare in Chiesa presso la Tomba dei Sacerdoti; e ad ogni sepoltura io morto avrei continuato a fare la predica ai miei parrocchiani. |
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Prima Comunione della classe 1939 |
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La mia tomba nel grande cimitero di Torino (com’è probabile) non dirà poi più niente a nessuno: poche persone conosceranno il mio nome. Quindi resterà inutile una esortazione sulla tomba come volevo fosse fatto se seppellito vicino ai vostri morti. Lasciatemi allora la consolazione di pensare che questo bollettino fungendo da pietra mortuaria vi dica la mia più grande pena nel lasciarvi, pena che voglio solo espressa colla esortazione: Parrocchiani di Pancalieri, osservate di più il terzo Comandamento: Ricordati di santificare le feste.
DOVEROSI RICORDI
Il bollettino parrocchiale che quasi ogni mese in questi 16 anni ha portato nelle vostre famiglie l’ansia dell’anima mia per la santificazione delle vostre anime, porti ancora una volta a ciascuno di voi il mio affettuoso saluto e la promessa che anche da lontano continuerò a ricordarvi ogni giorno nella preghiera. E sono sicuro che molti di voi questa preghiera mi ricambieranno. A tutti quelli che hanno corrisposto alle mie fatiche vada il mio sincero grazie; agli altri a cui la mia azione non è servita a nulla giunga il mio vivo rincrescimento per non essere stato capace a portarli a Gesù. Ringrazio in questo momento le persone - e furono tante - che mi prestarono il loro aiuto di consiglio, di tempo, di denaro, di lavoro, nell’oratorio, nella formazione della gioventù, nella direzione delle associazioni Cattoliche; Vi porto nel cuore e Vi benedirò ogni giorno. In particolare ringrazio i cari confratelli nel Sacerdozio che mi furono cooperatori zelantissimi: i compianti Don Giovanni Pipino e Don Marco Ferraudo defunti: il Teol. Lorenzo Donalisio, Don Giuseppe Ponso, Don Giulio Cigliutti, Don Giuseppe Colombero, Don Qualtorto. Invoco la pace del Signore sui vostri cari defunti che in gran parte ho assistito nel passaggio all’altra vita ed ho accompagnato nel cimitero dove un giorno pensavo che sarei venuto anch’io ad attendere la risurrezione. La cara Mamma del Cielo che con mille prediche ed iniziative ho cercato di farvi conoscere ed amare ci aiuti tutti a continuare il cammino della nostra vita sui suoi esempi, secondo i suoi desideri, e ci faccia tutti ritrovare un giorno nel bel Paradiso.
Vostro aff.mo Pievano Sac. Giuseppe Teol. Perardi |
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Teatro dell’oratorio costruito nel 1950 |
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CARISSIMO DON CARLO Vicario Economo - Pancalieri
Ti vengo a chiedere un po' di spazio nel prossimo bollettino per potere avvicinare ancora una volta i Parrocchiani di Pancalieri e dire a loro un grazie per l’accorata dimostrazione di affetto tributatami il 13 giugno. Sto scrivendo dall’ufficio signorile ed accogliente del Curato di S. Barbara; qui tutto mi parla della generosità di coloro che furono per sedici anni i miei figli spirituali, e del buon gusto che ebbero i promotori della iniziativa. Le due Parrocchie di S. Nicolao di Pancalieri e di S. Barbara in Torino, resteranno idealmente unite per molto tempo, anche dopo la mia morte; questo studio ricorderà ai miei successori che un certo giorno Pancalieri donò a S. Barbara il proprio Parroco. Già un mese è trascorso dal mio arrivo in Torino; come passa veloce il tempo! In questo mese ho fatto la conoscenza con molti dei miei nuovi parrocchiani ed ho preso visione dei miei nuovi compiti. Tutto il bene che mi fu detto della Parrocchia di S. Barbara corrisponde a verità; chiamano questa la Parrocchia dei pensionati, dei professionisti, dei laureati, degli impiegati........; spiritualmente è più difficile classificarla con un nome; posso però sicuramente affermare che la fede è in onore e che io benefico del lungo lavoro compiuto dai miei zelanti predecessori. Chi dalla provincia viene in città, è sorpreso dal grande male che i cattivi ostentano; ma tutto il gran bene che pure esiste gli osservatori superficiali non scorgono. Io sono stato mandato qui nel cuore di Torino per accrescere il già molto bene, e combattere il male: lo farò con la massima energia! Se con la grazia di Dio riuscirò a qualcosa, un po' di merito andrà anche ai Pancalieresi, per l’esperienza tra loro fatta, e per le preghiere che essi certamente continueranno a fare per il loro vecchio Pievano. Con il mio grazie giunga a tutti la promessa del mio affettuoso ricordo all’altare. A te, carissimo Don Carlo, l’abbraccio fraterno. La Madonna ci benedica tutti.
IL NOSTRO SANTUARIO DELL’ EREMITA Ricordo di un decennio
Colla festa dell’Assunta celebriamo anche la festa del nostro Santuario. La devozione dei Pancalieresi alla madonna dell’Eremita è antichissima. Nel libro dei conti si legge che le feste con la celebrazione della S. Messa nel 1702 erano tre: festa di S. Croce di maggio, Assunta, festa di S. Croce di settembre. Allora dopo la S. Messa si distribuiva il pane della Carità. Anticamente esisteva un solo pilone, di qui il titolo della Beata Vergine del pilone. La Cappella fu costruita in adempimento di un qualche voto fatto in tempo di guerra o di pestilenza; si ignora l’anno; nel 1703 si parla di spese di riparazione al tetto e sottomurazioni; evidentemente la costruzione era già vecchia in quell’anno. Il primo progetto doveva essere grandioso, poi fu abbandonato forse per mancanza di mezzi; ricordiamo gli addentellati nei muri maestri della facciata prima dei restauri che denotavano che il progetto era stato troncato. E’ sempre un po' così; sotto la molla del dolore o del bisogno si fanno tante cose che poi si tralasciano quando la molla rallenta la sua pressione. Anche noi possiamo fare confronti tra il fervore odierno e quello delle indimenticabili funzioni di dieci anni fa, l’anno dei restauri. Nell’icona sono raffigurati: la Beata Vergine col Bambino seduto sul ginocchio destro, con San Rocco a sinistra e San Sebastiano a destra, i due santi protettori contro la peste; vi è ancora uno stemma nobiliare e una data: 1529. |
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| Santuario dell’Eremita | ||||
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Altare del Santuario dell’Eremita |
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Visitando una Chiesa di Roma nella primavera scorsa la persona che mi accompagnava mi fece notare che l’icona di quella Chiesa è uguale a quella del nostro Santuario. Quella di Roma forse è di maggiore valore artistico; è probabile che il nostro pittore abbia copiato o almeno si sia ispirato in quella di Roma. A giudizio degli esperti, l’affresco della madonna è di un certo valore artistico; quello dei due santi, un po' meno. Queste note abbiamo creduto bene di scrivere oggi per ricordare ai parrocchiani il decennio dei restauri del nostro Santuario, intorno al quale gran parte della vita religiosa e storica di Pancalieri si è svolta nel corso di molti secoli. Il nostro Santuario ci ricorda il tifo, la guerra e mille altre disgrazie famigliari. Il suo abbellimento segnò una forte ripresa alla devozione alla Madonna. Di là Maria regina di Pancalieri, dirige tutta la sua storia ed attrae irresistibilmente ogni cuore. Quanto fervore nei grandi pellegrinaggi del tempo di guerra! Quanta poesia nei pellegrinaggi serali dei mesi di Maggio, quando i nostri canti e la nostra preghiera sono accompagnati dai gorgheggi degli usignoli.
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| Visita del Cardinal Fossati (Filanda1938) | ||||
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| Pancalieresi a Roma (Anno Santo 1950) | ||||
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Prima messa di Don Ghiberti (1964) |
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Pellegrinaggio a Lourdes (1951) |
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Il can. Perardi con Antoniola e Clara |
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IL TRAMONTO DEL PARROCO
State buoni, lettori, se potete. Abbiate pazienza se parliamo dei preti; ma questo è un argomento che può interessare tutti i cattolici. In “Per chi suona la campana”, romanzo colmo delle atrocità franchiste e repubblicane della guerra civile spagnola, Hemingway ha descritto questa scena. I rivoluzionari hanno preso prigionieri il sindaco ed il parroco. Dopo il processo sulla pubblica piazza, si decide l’esecuzione della condanna a morte per tradimento del popolo. Viene fucilato il sindaco che fieramente sfida i suoi carnefici in piedi ed a viso aperto. Viene fucilata la moglie del sindaco che fiera muore gridando: viva mio marito sindaco di questa città. E’ il turno del parroco: il poveretto implora e scongiura di essere risparmiato. La folla è inferocita per questa dimostrazione di debolezza. Urla che un parroco spagnolo non può morire da vigliacco. Viene trucidato con disprezzo, perché un parroco è un parroco per tutti; anche i mangiapreti si sentono offesi se il loro parroco è un vile. Non solo in Spagna; anche in Italia fino al 1968 il parroco era di tutti, clericali e mangiapreti; e non solo a Brescello con Peppone. Era il tempo in cui il bambino, indicando un celebrante occasionale, chiedeva al parroco: “che cosa fa quello lì al tuo posto?” (l’ha raccontata Severino Dianich). Era il tempo in cui il parroco tuonava contro il ballo: le ragazze andavano a ballare e poi a confessarsi da lui.
Il tramonto della parrocchia
Il parroco di tutti, devoti e pretòfaghi, non poteva non tramontare. Infatti era già scomparsa la comunità umana, della quale il parroco di tutti era “res et sacramentum” (realtà e simbolo). La grande città, con il suo centro storico che si riempie e svuota più volte al giorno; con i suoi quartieri nuovi, dove arrivano famiglie da ogni punto cardinale, con la sua area metropolitana, un cinturone di agglomerati urbani che dopo aver soffocato il piccolo comune di origine, si confondono inestricabili con le periferie della città stessa; ha pensionato il parroco di tutti. La comunità umana è strangolata; con qualche piccola e patetica eccezione, che è possibile ancora incontrare solo facendo chilometri di campagna o montagna. San Paolo diceva che noi qui siamo precari..... come sotto una tenda. Oggi le tende sono di cemento armato, ma l’abitarle conserva tutta la sua precarietà: per il lavoro, per il turismo o per lo studio, per la fame di alloggi. Quanti sradicamenti e bilocazioni; quante persone pellegrini o pendolari, ora qua ora là. Più ancora della mobilità sul territorio, ha estinto la comunità umana, la parrocchia ed il parroco di tutti, un atteggiamento spirituale, una inarrestabile spinta all’individualismo nel pensiero, nelle scelte personali, nei comportamenti. Alla spinta al soggettivo, si aggiunge l’individualismo di gruppo, la ricerca solo di chi è omogeneo ed il rifiuto del dialogo nella diversità. Questo terreno culturale si è rivelato fertilissimo per una forza nuova, una spinta altrettanto disgregatrice delle comunità: la ricerca del leader carismatico, del laico e soprattutto del sacerdote più carismatico, l’inseguimento al prete non per il sacramento dell’ordine ricevuto (quello ce l’hanno tutti) ma per le doti personali che lo espongono alle brame del laico. Il livello di fede infatti è quello che è. Il nomadismo spirituale, la ricerca “dell’erba del vicino che è sempre più verde”, hanno contribuito al tramonto delle comunità ecclesiali stabili. Il parroco di tutti è diventato il prete conosciuto da quelli che vanno in chiesa: per gli altri è soltanto un cittadino in più nella coda allo sportello postale.
Chiesa con o senza parrocchia
Davanti a questi tramonti senza poesia, la chiesa istituzione come reagisce? Per lungo tempo ha minimizzato la realtà; poi l’ha incerottata e curata con l’aspirina, come una febbre passeggera. Continua a conservare impalcature anacronistiche (come la richiesta di informazioni ai parroci su Tizio e Caia per le cause matrimoniali; o le stesse pubblicazioni matrimoniali ecclesiastiche). Oppure fa balzi in avanti e poi all’indietro, animata dalla speranza di indovinare il futuro. Conservare le parrocchie è un inutile accanimento terapeutico? E’ possibile cambiare il modello? Andiamo tutti insieme dove porta la corrente movimentista sull’impeto carismatico? I preti diretti interessati si dividono tra gli ex parroci di tutti che non si rassegnano e continuano a gridare: la parrocchia è una comunità, costruiamola: i preti che si formano una loro comunità (50-60 persone, sempre quelle) con la quale vivono more uxorio, portandosela a spasso per i centri di spiritualità; i preti che percorrono le lande italiane offrendo annunci ed esperienze ineffabili, radunando e sciogliendo i simpatizzanti, come nelle tournée dei cantanti. Quando leggiamo sul giornale il lungo elenco dei preti parroci che vengono trasferiti ad altre parrocchie, come interpretarlo? E’ la chiesa istituzionale che ha preso atto del tramonto del parroco di tutti, della fine dei legami affettivi o di conoscenza; che sta cercando di utilizzare al meglio i suoi preti, riciclandoli come “funzionari” (vado altrove a fare le medesime funzioni.) A parole e documenti, da papi e vescovi fino ai coordinamenti-parroci, viene riconfermata con insistenza la parrocchia, mentre si progettano nuove ipotesi, ristrutturazioni. Ma questa insistenza lascia trapelare una insicurezza, una incertezza; non riesce a nascondere la paura dell’accanimento terapeutico: la paura che il flusso movimentista sia inarrestabile e quindi prima o poi si andrà dove porta la corrente. Teniamo le chiese aperte per il culto; organizziamo una rete di servizi religiosi; quanto alla costruzione di comunità parrocchiali ricche anche di rapporti, di legami affettivi e di relazioni aperte: requiem et amen.
Maledetto funzionario
Sepolti i parroci di tutti, chi crescerà al loro posto? Quale modello di presenza e di azione emerge, voluto o non voluto che sia? Immutabile è il ministero sacerdotale , non altrettanto il modello di presenza ed azione, di relazione ministeriale. Può venire il sospetto che si stia delineando un modello standard di prete funzionario multiuso, organico alla pastorale programmata: una pluralità di luoghi, una coordinata serie di interventi, di funzioni (questa antica parola, aborrita dai liturgisti, ritrova una inaspettata giovinezza semantica!) da espletare. I preti saranno funzionari mobili ed intercambiabili appena la spinta propositiva del soggetto si sarà affievolita; appena nasce la necessità di una riorganizzazione delle strutture aperte al pubblico. Sarà un modello non voluto, respinto con veemenza, ma la messa in guardia, la troppo insistenza nel rifiutarlo stanno dicendo la paura della ineluttabilità. Molti sacerdoti lo temono. sarà possibile frenare questa tendenza? Le trasformazioni studiate per rispondere, doverosamente, ai mutamenti avvenuti non contribuiscono, senza volerlo, a scivolare verso questa figura di pastore senza legami di conoscenza e affettivi con la gente? Con un rapporto solo funzionale, magari “trasversale”? Sarà ancora un pastore; occorrerà cambiare metafora? Chi studia e progetta le trasformazioni delle strutture ecclesiali sul territorio e la riorganizzazione della attività pastorale è mosso dalla passione per la missione, per la nuova evangelizzazione. Quando si analizzano le nuove proposte è naturale che si provi sconcerto e subito emergono le paure. Questa del tramonto del parroco di tutti per il prete funzionario polivalente è tra quelle. E’ legittimo ritenere che il parroco scolpito dalla tradizione nella nostra storia ecclesiale fosse un punto di riferimento, forse umile, ma presente; un tenue legame anche per i marginali e i lontani; una porta aperta sulla strada, una possibilità offerta a tutti; dunque sulla via della missione della Chiesa. La dissolvenza di questa figura e di quel rapporto potrebbe non essere a servizio della missione.
La povera chiesa dei poveri cristiani
Il mio pensiero sembra quello sport dei nostri ragazzi infrangibili, con i loro roller ai piedi ed il casco in testa. Si lanciano su per una sponda, fanno la capriola, piombano giù e quindi su per la sponda opposta, altra capriola, ecc. Ma è schizofrenico non solo questo scritto! Anche importanti documenti sui rapporti istituzioni e movimenti lo sono. Si ripone la domanda: può esistere un altro modello di parrocchia? Ci hanno provato in molti a delinearlo. Pare si siano afflosciati su se stessi, quando non si sono trasformati in un movimento aggiunto. Si può nutrire la speranza del ritorno di una situazione favorevole alla parrocchia come l’abbiamo vissuta o anche gli ultimi parroci di tutti devono rassegnarsi al riciclaggio? La trasciniamo avanti come un carrozzone raccoglitore dei cristiani inaffidabili, indecisi, saltuari, qualunquisti, devozionali, ecc. Insomma la povera chiesa dei poveri cristiani di basso profilo, dove le cose si fanno maluccio, perché quelli che sanno fare le cose bene sono altrove? Una edizione italica di la “Chiesa alta” e la “Chiesa bassa”? La Chiesa dei peones? Poniamo fine all’accanimento terapeutico? No, non si può! Davvero? Se la parrocchia deve morire, al suo posto non nasca una riorganizzazione con funzionari e punti di servizio al pubblico sul territorio, ma si dia libero campo ai movimenti, associazioni e gruppi: alle loro risorse ed ai loro percorsi di evangelizzazione. Il prete affascinante del movimento, non soffre di crisi di identità o modello di riferimento. L’essere stato formato nei seminari del movimento lo fornisce di ogni strumento adatto. E’ grande davanti agli occhi dei suoi e viaggerà sempre con robusta scorta. Qualcuno tuttavia insiste nel dire che quanto a potenza missionaria vera, non quella conclamata, i movimenti la devono ancora dimostrare. Non devono certo più dimostrare la capacità di aggregare attorno alla propria proposta ed a costruire se stessi. Bravissimi. I frutti della loro potenza missionaria arriveranno?
Per finire piangendo
Oggi nei cassonetti della raccolta differenziata della carta dei palazzi torinesi finiscono i giornalini delle parrocchie, consegnati nelle buche delle lettere. E’ amaro vederli rifiutati, ma per intanto il giornalino ha bussato a tutte le porte. Telefonata in parrocchia. Al termine del dialogo telefonico l’utente chiede: “con chi ho parlato?” “Sono il parroco” “Ma come si chiama?” “Non ha importanza, poi se lo dimentica. Quando ritelefonerà chieda del parroco, è più semplice”. “Perché, ce n’è uno solo?” “Ebbene, sì”. E’ il male presente. I sociologi Ambrosio e Garelli spiegheranno in trecento pagine il tramonto del parroco di tutti. Ma chi spiegherà a me la meravigliosa vocazione del prete funzionario ad omnia? |
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da: Echi di Vita Parrocchiale - Pancalieri Ottobre 2003 |
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